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Psicologia |
Donna |
Dott.ssa Patrizia Costante |
LA DEPRESSIONE POST-PARTUM: QUANDO SI PARLA DI "UN LIETO EVENTO FUNESTO"! Si sente oggi parlare spesso di depressione post-partum, in relazione soprattutto alle numerose vicende che vedono come protagoniste negative madri che uccidono i propri figli. Purtroppo ancora oggi la depressione post-partum rimane un nemico di cui non si conoscono le cause ma di cui soprattutto, non si riconoscono, tempestivamente, i sintomi. La letteratura distingue tra la lieve forma di alterazione dell'umore che segue il parto e si risolve entro pochi giorni, definita "babyblues", dalla depressione vera e propria, i cui sintomi sono simili a quelli del baby blues ma variano per durata ma soprattutto per intensità:difficoltà a prendere sonno o rimanere svegli, perdita d'appetito, ansia, umore triste, pianto immotivato; ma l'aspetto più inquietante, a livello personale e sociale, di tale disturbo rimane l'assenza di interesse nei confronti del neonato e un sentimento di inadeguatezza legato all'incapacità di prendersi cura del bambino. In questo senso si potrebbe parlare di un "lieto evento funesto", ma, a ben guardare, non è così facile accettare che una nascita, tanto attesa ed enfatizzata a livello familiare e sociale, possa portare con sé sentimenti che non siano assolutamente positivi e gioiosi. È necessario avere un approccio multifattoriale alla depressione post-partum, soprattutto perché ogni nascita è un evento unico, come unica è la relazione che si instaura tra madre e bambino. In una società che corre veloce, il tempo per pensare "il cambiamento", solitamente è ridotto quasi a zero, eppure ogni nascita è un cambiamento importante nella vita di una donna, tanto importante, e direi anche faticoso, da richiedere un riassetto dei propri tempi e dei propri spazi. Proprio per questo a volte può essere difficile per la "donna moderna", impegnata soprattutto nel lavoro ma anche su altri fronti, trovare uno spazio mentale in cui "fantasticare" la gravidanza e la conseguente nascita in termini realistici. Intorno ad essa si costruiscono attese, speranze, immagini di un bambino "ideale" che comincia ad esistere ancor prima di nascere; ma accanto a tutto questo non bisogna mai dimenticare che si sta parlando di un passaggio fondamentale per la donna, e questo non può non essere costellato da ansie e paure a causa della novità e delle nuove responsabilità. Questi sentimenti possono non essere esattamente corrispondenti alle attese personali, ma soprattutto sociali, che vogliono che la madre, per essere "sufficientemente buona" debba provare solamente sentimenti di gioia e di felicità: la collettività ha imposto un modello materno, immagini patinate di mamme sempre sorridenti, felici, rilassate e appagate, che non è del tutto reale e che influenza in modo negativo il senso di adeguatezza delle donne che si avvicinano alla maternità. Infatti è del tutto fisiologico che subito dopo il parto, a causa del brusco calo degli ormoni (estrogeni e progesterone), la donna sperimenti un lieve stato depressivo, e proprio in questi termini dovrebbe essere considerato dalle neo mamme il periodo di riassestamento che segue il parto: queste invece, molte volte, si sentono delle "cattive"madri perché non riescono ad essere semplicemente felici per la nascita! In relazione a questa immagine socioculturale, la madre non ha il diritto di essere depressa o di provare anche sentimenti negativi, quindi diviene ancora più difficile per la donna accettare l'ambivalenza connaturata alla nascita e che mina la propria fiducia di prendersi cura del proprio bambino. Lo stesso Winnicott (quello della madre "sufficientemente buona", per intenderci!) postulava la normalità dell'ambivalenza materna nei confronti del bambino: ci ricorda infatti che il neonato dipende in tutto e per tutto dalla madre e ha delle continue pretese nei suoi confronti, pretese di cure continuative e gratuite, di attenzione e di nutrimento. Tutto questo può dare vita ad uno stato di affaticamento del tutto comprensibile. Questa figlia che non è più tale ma che non è più neanche donna perché è divenuta madre si trova ad affrontare una serie di identità da abbandonare e altre da incorporare e tutto deve avvenire in itinere. Quindi è molto importante per le neo mamme imparare a sentire e riconoscere le proprie emozioni, soprattutto quelle vissute come negative, poiché solo riconoscendole come parte integrante di quel delicato processo che è la relazione madre-bambino, si può vivere appieno questo momento così importante nella vita di ogni donna, senza cadere in stereotipizzazioni che portano in sé i germi della patologia. Accanto a tutto questo, c'è da prendere in considerazione il fatto, non trascurabile, data una lettura psicologica, che la nascita di questo figlio "proprio", già fantasticato, già posseduto, è legata inevitabilmente ad un sentimento di "perdita", di separazione di una simbiosi molto forte madre-figlio durata 9 mesi. La nascita rappresenta in questo senso la rottura di questa simbiosi narcisistica in cui il bambino rappresenta per la madre un'estensione di sé: una volta nato questo investimento narcisistico deve essere abbandonato per fare posto ad un investimento oggettuale, in quanto il figlio deve essere percepito come altro da sé. Ogni separazione è un momento molto difficile da accettare: se pensiamo ad una qualsiasi separazione amorosa, vediamo che essa è accompagnata da una quota di aggressività, legata probabilmente al senso di "tradimento" che proviamo quando il nostro partner decide che può farcela anche da solo, dopo che abbiamo investito tantissime energie su di lui. Bè il momento della nascita è un po' così! Il bambino ideale è tutto per la madre, vive per lei e grazie a lei, sono un tutt'uno, possiamo addirittura affermare che il bambino è effettivamente una parte della madre stessa. Quando il piccolo viene alla luce, per la madre è come se questa parte di sé si staccasse definitivamente e cominciando a vivere di vita propria "tradisse" il tacito patto di unicità instauratosi tra di loro. Immaginiamo come possa essere difficile, alla luce di quanto detto finora, dover "dividere" questo figlio proprio, o meglio vissuto e sentito come tale, con qualcuno! E' un processo che richiede tempo e soprattutto la capacità di sperimentarsi in queste emozioni ambivalenti. Seguendo le tracce freudiane, possiamo avventurarci in un parallelo con la sua concezione del lutto e della sua elaborazione: ogni perdita, reale (perdita o abbandono da parte di una persona vicina) o simbolica( perdita di una parte di sé), rappresenta un lutto che deve essere elaborato. È come se la separazione dal bambino, pur avvenuta sul piano reale, venga negata ad un livello più profondo; anzi sembra che la madre, per non perdere questa parte di sé, rappresentata dal bambino "interno" o immaginato se vogliamo, lo tiene all'interno come oggetto, in questo caso "cattivo", poiché portatore di una separazione e di una perdita, e rivolge contro esso, quindi contro sé stessa, tutta la rabbia e l'aggressività che invece sarebbero eterodirette se l'oggetto fosse esterno. In fondo dice Freud, tutte le accuse e le cattiverie che le madri affette da depressione post-partum rivolgono contro sé stesse, la paura di fare del male al bambino, l'incapacità di prendersene cura, sono manifestazioni di tale aggressività che, non accettata come parte integrante della maternità, viene tenuta sotto controllo dalle manifestazioni depressive. La Marinopoulos, psicoanalista francese molto attenta a tale tematica, scrive infatti che "nascere madre consiste nel preparare l'accoglienza del proprio bambino e nel rappresentarselo al di fuori di sé, al di fuori del corpo, al di fuori di questo legame carnale, senza cadere nel terrore del vuoto, dell'assenza, della mancanza". Come può essere aiutata una donna in questo periodo così intenso a "nascere"? Innanzitutto è molto importante imparare a sperimentarsi in tutta la gamma di emozioni che costellano questo periodo, abbandonando le svariate credenze popolari legate alla maternità, prima tra tutte, l'enfatizzazione dell'istinto materno, per così lungo tempo decantato anche dalla psicologia. Tengo a sottolineare il fatto che madri non si nasce ma appunto si diventa, è un processo che nasce nella relazione con il proprio bambino; infatti è proprio a causa di questa mitizzazione che spesso le neo mamme ad ogni minima defaillance si rimproverano di non essere "portate" per fare la mamma, ogni minimo intoppo, ogni gesto che mal si adatta all'immagine della mamma perfetta, viene vissuto con grande delusione e senso di colpa. Fare la mamma come tutte le cose è frutto sia di apprendimento, per prove ed errori, sia di una quota non trascurabile dell'interiorizzazione positiva di una Grande Madre interna, modellata sulle nostra esperienza di rapporto madre-figlia. Non dimentichiamo che le prime relazioni formano il nostro bagaglio relazionale che ci permette di muoverci in tutte i successivi rapporti. Immaginiamo come deve essere importante avere un buon modello a cui ispirarsi nel momento in cui noi stesse dovremo fungere da modello! In secondo luogo, è necessario che soprattutto il partner sia molto disponibile nei confronti della neo mamma, sia a livello affettivo che pratico: è importante poter "pensare insieme" i cambiamenti nella donna, ma anche quelli della coppia divenuta ormai una triade; pensare come cambiano i ritmi, le organizzazioni pratiche e temporali. È importante per la donna non sentirsi sola e passata in secondo piano ora che non "contiene" più il tanto atteso oggetto d'amore. Quindi dispensare attenzioni e collaborazione fa sentire la donna accolta nel suo essere importante come donna e poi come madre. Inoltre, è necessario pensare insieme le paure, le incertezze, le domande e anche i momenti di stanchezza, naturalmente legati ad una trasformazione identitaria, fisica e di coppia. Pensare insieme è un imperativo in questo delicato passaggio, dove insieme non per forza deve essere riferito solo al partner, ma insieme ad altre donne, magari, con cui condividere le emozioni legate alla nascita. E' importante per la donna riservare degli spazi per sé stessa, pensare le trasformazioni in modo che esse stesse non siano troppo traumatiche, quindi mantenere dei propri interessi nonostante la maternità, momenti da ritagliare magari quando il bambino dorme. Questo aiuta anche a non sentirsi troppo sopraffatta e monopolizzata dalle richieste del bambino ed a conservare una buona immagine di sé. Per concludere, è importante per la neo mamma imparare a sentirsi e magari abbandonare un po' di onnipotenza legata all'idea della mamma perfetta e chiedere aiuto sia pratico che psicologico alle persone che le stanno intorno, a volte rimanere più in contatto con le proprie paure aiuta anche ad instaurare una relazione madre-bambino più concreta e più umana per entrambi. |
Dott.ssa Patrizia Costante |