Psicologia
Donna
LA VIOLENZA FISICA SULLA DONNA


Con il termine "violenza fisica" generalmente si fa riferimento ad aggressioni che comportano
l'uso della forza: spintonare, tirare i capelli, schiaffeggiare, dare pugni, calci, colpire con oggetti,
strangolare, ustionare, ferire con uso d'armi, causare mutilazioni genitali. La violenza fisica
include una vasta gamma di sevizie che possono andare da un semplice spintone all'omicidio. La
gravità delle lesioni fisiche può variare da ematomi, escoriazioni, ossa e denti rotti, a lesioni
permanenti fino alla morte. Attraverso i colpi si mira a segnare il corpo, a forzare l'involucro
corporeo della donna in modo da far cadere anche l'ultima barriera di resistenza e possederla
interamente. E' il marchio del dominio, il segno che permette di leggere l'accettazione dell'essere
stati sottomessi. La violenza fisica può manifestarsi anche in modo indiretto, con torture a un
animale di casa o maltrattando un figlio di altro letto. Scopo di questi attacchi è fare paura, anche
quando i colpi non sono assestati davvero la donna vive la sofferenza attraverso il proprio corpo.
Inoltre il corpo per una donna rappresenta il luogo in cui si costituisce la propria identità, quindi è
comprensibile quanto può essere devastante e lacerante per una donna subire violenza.
Si tende sempre di più a parlare di violenza fisica sulla donna in relazione alla violenza domestica;
infatti ricerche condotte in vari paesi, indicano nei padri, mariti, fidanzati, conviventi, ex partner,
fratelli, figli, i principali autori di tali violenze. In sostanza, come afferma il rapporto dell'UNICEF, "la
violenza nell'ambiente domestico è di solito opera degli uomini che con le vittime hanno, o hanno
avuto, un rapporto di fiducia, di intimità e di potere".

PERCHE' LA DONNA NON REAGISCE:
porsi questa domanda ed istituire un pensiero implica la considerazione del problema in
questione su più livelli: analisi della storia della donna, delle dinamiche relazionali interne alla
coppia e del contesto socio-istituzionale e culturale in cui la donna vive. Al contrario focalizzarsi
su un solo livello porterebbe ad una visione riduttiva di un fenomeno complesso.
Contestualizzare a livello sociale la storia di maltrattamento di una donna è importante per non
delegarle la responsabilità degli agiti violenti dell'uomo, perché quello a cui ci troviamo di fronte è
un problema sociale e come tale va affrontato da tutti, nessuno escluso.

Molto spesso queste donne si trovano nella condizione di dover scegliere se lasciare l'uomo
violento e allontanarlo anche dai figli facendoli crescere senza una figura paterna di riferimento
oppure rimanere nella condizione di sottomissione al compagno pur di far si che i figli vivano con
entrambi i genitori, credendo in questo modo di agire "per il loro bene"; molte optano per la
seconda possibilità.
Un altro fattore è la mancanza di autonomia economica; la maggior parte delle volte questo tipo di
uomo prima di agire violenza fisica sulla donna mette in atto una serie di "strategie"finalizzate
all'isolamento sociale della compagna per aumentare la dipendenza di quest'ultima nei suoi
confronti: tra le strategie c'è anche quella di impedire o convincere la donna a lasciare il lavoro per
prendersi cura della casa e dei figli. Quando la violenza è agita entro le mura domestiche la vittima
dispone di una minore capacità di reazione: è più difficile, infatti, vedere come "colpevole da
odiare"colui al quale si è legati affettivamente; è più complesso staccarsi dall'esperienza di
violenza quando si hanno contatti continui con l'aggressore; è più laboriosa la scelta di sporgere
denuncia quando vi è un legame parentale o amicale.
Un'importante variabile da considerare per capire perchè molto spesso la donna vive la
condizione di maltrattamento per lungo tempo è l'utilizzo di precedenti modalità relazionali
interiorizzate relative al rapporto con le figure d'attaccamento. Numerosi studi pongono in
relazione la violenza coniugale con esperienze infantili di maltrattamento vissuto in famiglia e con
lo stato della mente relativo all'attaccamento. Generalmente tali donne tendono a vedere il padre
positivamente, mentre la descrizione del rapporto con la madre sembra più problematica. Ma per
quanto riguarda il padre, in molti racconti delle donne maltrattate si ritrova un'incongruenza tra
positività con cui viene descritta questa figura e episodi riportati di maltrattamento verso madre
e/o figlia, infedeltà ed alcolismo. Nonostante ciò queste donne tendono a sentirsi più vicine al
padre percependo la madre figura più distante affettivamente e in nome di tale rapporto
preferenziale tendono a scusare i comportamenti violenti e ad attribuire la colpa a sé stesse. I
profili delle madri che emergono parlano di donne impegnate al lavoro e quindi poco presenti a
casa, nervose, senza un attimo di tranquillità, a volte eccessivamente richiedenti verso le figlie di
esser sostenute negli impegni domestici e nelle responsabilità, a scapito del gioco e di una loro
vita sociale; in alcuni casi vi è anche un maltrattamento da parte delle madri. Ascoltando le
descrizioni che le donne maltrattate fanno dei genitori colpisce l'emersione di rappresentazioni
genitoriali complementari, tipiche delle relazioni sbilanciate, sono disegnate con aspetti
contrastanti, nelle quali un membro tende ad assumere una modalità aggressiva, e l'altro un
atteggiamento sopraffatto, sottomesso, svilito ed inerme. Un altro aspetto che accomuna molte
esperienze femminili è la sottile percezione di un padre come più potente e rispettato della madre,
vittima impotente, figura svilita e disprezzata. Il padre è ammirato per aspetti relativi all'apparenza
fisica o al comportamento pubblico più che al vissuto privato. C'è un forte contrasto tra immagine
pubblica e privata: quella privata è maltrattante e assente. Dentro casa le donne esprimono
un'obbedienza e un'adesione totale ai desideri del padre. Sia la figura del padre che quella della
madre è collegata al rifiuto nei momenti di difficoltà infantili, genitori senza capacità di
accoglimento e di contenimento e regolamento delle emozioni penose dei loro figli. L'ipotesi è che
tali donne vittime di violenza abbiano interiorizzato già fin dalla prima infanzia un modello
relazionale, quello della propria famiglia basato sul dominio dell' uomo sulla donna che tendono a
rievocare nei loro rapporti e a ricercare, come modalità inconscia per mantenere un legame con le
figure genitoriali, non avendo sviluppato una costanza d'oggetto solida e non avendo quindi
interiorizzato dei genitori sufficientemente buoni: ripetere la relazione vissuta col genitore e quella
alla base della relazione tra padre e madre consente alla donna di mantenere un legame
emozionale con tali figure, sebbene il prezzo sia perpetuare il ruolo di vittima e di subire violenze
da chi, recita inconsciamente il copione emozionale del carnefice. L'abitudine poi ad escludere
dalla coscienza non tanto le esperienze traumatiche, quanto l'emozionalità associata ad esse,
quindi la qualità traumatica dell'esperienza ha consentito loro di permanere in situazioni
intollerabili. Inoltre quella violenta è l'unica modalità relazionale che hanno interiorizzato nel
momento in cui le donne sono rimaste a lungo in una famiglia in cui altri modi di comunicare non
esistevano e nel momento in cui hanno avuto poche possibilità di esplorare altri tipi di relazioni
oggettuali in altri contesti. Interiorizzare modelli relazionali più funzionali e abbandonare quelli
arcaici, dopo un esplorazione di essi, può essere l'obiettivo di un eventuale lavoro
psicoterapeutico con le donne vittime di violenza. Dai profili di queste donne emergono relazioni
dipendenti e invischiate entro la relazione familiare: come nell'infanzia la loro identità era fusa con
quelle genitoriali, nell'età adulta l'assenza di una identità soggettiva, perché non costruita
mediante la graduale esperienza di distacco dalla famiglia trova un sostituto in quella del
compagno. Un altro aspetto che accomuna molte di loro è una non elaborazione delle esperienze
di maltrattamento espressa mediante meccanismi di normalizzazione dell'esperienza, di
attribuzione di colpa a sé stesse e di negazione del dolore attraverso il riso, e nei casi estremi di
dissociazione delle memorie traumatiche. Possiamo ritenere che la mancata esperienza di un
genitore regolante le emozioni abbia reso le donne più vulnerabili anche nell'età adulta ad
esperienze emotive penose; quindi ci sono due fonti di disorganizzazione nel loro sviluppo: una
mancata esperienza di regolazione emotiva genitoriale ed esposizione ad esperienze traumatiche
quali quelle di maltrattamento.

CONSEGUENZE DELLA VIOLENZA FISICA SULLA DONNA
Le vittime di violenza sono confrontate con diverse conseguenze: problemi con la salute di
carattere fisico e psichico (lesioni, dolori cronici, perdita completa dell'autostima, depressioni,
aumento del consumo di medicinali, dipendenza da droghe); problemi sociali, quali la
stigmatizzazione e l'isolamento nella sfera di vita più ristretta; problemi finanziari, quali la
dipendenza da prestazioni sociali e un reddito modesto.
La violenza domestica sulle donne provoca profonde conseguenze fisiche e psichiche, alcune
con esito fatale . Anche se le ferite rappresentano solamente una parte degli effetti avversi sulla
salute delle donne, sono una delle conseguenze più visibili della violenza. La tipologia dei danni
subiti va dagli ematomi e le fratture, all'invalidità permanente, come la perdita parziale dell'udito o
della vista, allo sfiguramento dovuto alle bruciature. Le complicanze mediche derivanti dalle
mutilazioni genitali femminili possono andare dall'emorragia e dalla sterilità al grave trauma
psicologico. In molti paesi gli studi hanno rilevato elevati livelli di violenza durante la gravidanza,
con gravi rischi per la salute sia della madre che del feto. Nei casi peggiori, tutti questi esempi di
violenza domestica, possono portare alla morte della donna per mano del suo partner o
ex-partner. L'impatto della violenza sulla salute mentale delle donne ha conseguenze gravi e fatali.
Le donne che sono state percosse subiscono elevati livelli di stress e di malattie legate allo stress,
come la sindrome da stress post-traumatico, attacchi di panico, depressione,disturbi del sonno e
dell'alimentazione, elevata pressione sanguigna, alcolismo, abuso di stupefacenti e scarsa
autostima. Per alcune donne, fatalmente depresse e svilite dai maltrattamenti, non sembra esistere
altra via di fuga da una relazione violenta che il suicidio.
Focalizzandoci sul disturbo post traumatico da stress possiamo riconoscere come sintomi sia
una forte reattività fisiologica (ansia, paura, tremito, batticuore, eccitazione nervosa) non presente
prima del trauma, stato che può produrre insonnia, difficoltà ad addormentarsi, a mantenere il
sonno o incubi, sia uno stato di apatia e di estraneità dal mondo. Altri sintomi sono: esagerate
risposte di allarme, irritabilità, difficoltà a concentrarsi sui compiti, momenti dissociativi, disturbi
alimentari, sensazioni di estraniamento dal mondo e depressione. Secondo la quarta edizione del
Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-IV, 1994) "un fattore traumatico…
implica l'esperienza personale diretta di un evento che causa o può comportare morte o lesioni
gravi, o altre minacce all'integrità fisica; o la presenza ad un evento che comporta morte, lesioni o
altre minacce all'integrità fisica di un'altra persona; o il venire a conoscenza della morte violenta o
inaspettata, di grave danno o minaccia di morte o lesioni sopportate da un altro membro della
famiglia o da altra persona con cui è in stretta relazione".
Quello che a tal punto mi preme sottolineare è che il DSM parlando di trauma adotta una visione
oggettivista, identificando come trauma un evento stressante "acuto", in gergo "grave"; secondo
il mio punto di vista, in accordo più ad un tipo di psichiatria psicodinamica che meramente
descrittiva, l'identificazione di un evento come di un trauma dipende dal significato soggettivo che
la donna attribuisce all'evento.

COME PREPARARE LA PARTENZA
Quando le donne prendono la decisione di andarsene dal compagno maltrattante generalmente
sono prostrate dal punto di vista fisico o psichico, sono sprovviste di denaro, non sanno dove
andare, non conoscono i propri diritti e si chiedono da che parte girarsi, che cosa dire ai bambini.
Bisogna tener conto del rischio che corre la donna andando via di casa poiché la maggior parte
degli omicidi commessi dal coniuge si verificano dopo che le donne sono andate via o quando
hanno intenzione di farlo. La donna dovrebbe rimanere calma e non rispondere ad eventuali
provocazioni. Se lui minaccia di colpire cercare di scappare o andare in bagno col cellulare. In
caso di visita medica se ci sono state percosse bisogna che la donna faccia richiesta di un
certificato di incapacità totale di lavoro anche se non ha alcuna attività professionale e che lo dica
ad una persona di fiducia. La donna dovrebbe accuratamente preparare la partenza immaginando
uno scenario di protezione in caso di pericolo; identificare le persone che potrebbero aiutarla in
caso di emergenza, imparare a memoria i numeri di telefono importanti come polizia, associazioni
etc, preparare una borsa con un duplicato delle chiavi, denaro liquido, necessario da toilette e un
po' di biancheria, mettere al sicuro le carte importanti: elementi di prova(certificati medici,
testimonianze, ricevute di denunce depositate), carta d'identità, documenti importanti (tessere,
diplomi, libretti degli assegni, etc). In caso di pericolo la donna deve essere repentinamente
allontanata dall'abitazione o dal luogo a rischio ed essere inserita in una struttura protetta, per
esempio un centro antiviolenza di cui nessuno conosce l'ubicazione in modo che il compagno
non possa in nessun modo venire a sapere dove si trova e cercarla. Nel caso ci sia il timore di un
pericolo fisico per la donna aiutarla a stendere un piano di sicurezza, aiutarla a riconoscere in
fretta i momenti in cui corre il rischio maggiore. Per questo bisogna analizzare in dettaglio i
contesti in cui si sono prodotte le violenze precedenti.

SE IL PROBLEMA RIGUARDA UNA PERSONA CHE CONOSCIAMO
Spesso è la famiglia o gli amici che si preoccupano per i primi segni di sofferenza della vittima.
Quelli che vorrebbero dare un aiuto non capiscono l'escalation della violenza, gradirebbero che le
donne reagissero con più forza, che si ribellassero subito. Gli atteggiamenti negativi di
commiserazione, attribuzione di colpa, rafforzano la difficoltà della donna a denunciare i fatti. Per
scoprire che una donna reagisce regolarmente alla violenza bisogna essere attenti osservatori;
notare che è diventata apatica, chiusa, depressa, nervosa in presenza del partner. Notare che
l'uomo risponde al posto della donna, che controlla le sue uscite, il suo abbigliamento, le sue
frequentazioni, che decide per lei, che la critica di fronte agli altri. Bisogna cercare di parlare alla
donna senza testimoni, ascoltarla senza giudicare, rispettando la confidenzialità delle sue parole,
facilitarle i contatti con assistente sociale, ospedale e centro antiviolenza.

NUMERI UTILI:
1522: è un numero verde, gratuito, attivo 24 ore su 24, multilingue. La donna che vuole chiedere
un aiuto in una struttura protetta può chiamare in anonimato, senza obbligo di denuncia al
compagno e repentinamente le centraliniste la mettono in contatto con il centro antiviolenza o il
servizio socio-sanitario più vicino al territorio da cui la donna sta chiamando.
Centro provinciale antiviolenza di Roma: 065810926
Centro comunale antiviolenza di Roma: 0623269049.

Vorrei concludere il mio intervento lasciando una testimonianza, raccolta entro un blog per donne
maltrattate, di una vittima di violenza; le sue parole non possono non trasmettere l'angoscia di chi
vive o ha vissuto questa situazione:
"Quando chiudo gli occhi rivedo le torture fisiche; avrei voluto morire, sparire, ma non se ne ha il
diritto. I ricordi che più mi arrivano sono quelli dell'odore del mio sangue; puoi lavarti in modo
furioso, spalmarti di creme e profumi per cercare di coprire quell'odore che ti riempie tutta e che
non sparisce mai. Ho gli incubi quasi tutte le notti, dormo pochissimo, spesso mi sveglio tutta
sudata e stanca come se avessi fatto un enorme lotta, rivivo tutti quegli orrori, non so se potrò
vivere così tutta la vita. So che l'atteggiamento giusto sarebbe quello di dire che il passato è
passato e mettere tutto alle spalle, ma so bene che niente rimarginerà le profonde ferite. Quando
vedi sulla tua pelle i segni della tortura, del coltello, dei lacci ai polsi tutto diventa indelebile e viene
inciso nella tua anima. Quando arrivano dei brutti colpi mi capita di esasperarmi, vengo presa da
paranoie e ribollo, perché il dolore è sempre in agguato, lancinante è il passato che fa male. Una
volta le vittime erano sopraffatte dalla vergogna e tacevano, se avessero osato aprir bocca tutto il
gruppo familiare le avrebbe messe al bando; adesso invece esistono i mezzi per favorire la
liberazione della parola e la protezione per quelle che parlano; anche se c'è ancora molto da
costruire, soprattutto la mentalità e l'educazione delle istituzioni…
Siamo anime prostrate e piene di cicatrici…cuori stanchi e sanguinanti….voci che arrivano flebili
dall'inferno…siamo occhi che accarezzano la terra…

Dott.ssa MARTA BIANCHI
Dott.ssa MARTA BIANCHI