Psicologia
Donna
LA VIOLENZA PSICOLOGICA

L'uomo violento
Non è possibile definire un profilo standard di uomo violento, né tanto meno è corretto affidarsi allo
stereotipo secondo il quale solo gli uomini di livello socioculturale basso possano esercitare
violenza fisica, sessuale o psicologica nei confronti delle donne.
Infatti può essere violento qualsiasi uomo, senza distinzione di cultura, razza o reddito.
In genere, però, gli uomini che compiono violenza psicologica vengono definiti perversi- narcisisti.
Perversi perché la violenza che essi attuano è una strategia di distruzione che non è seguita da
alcun senso di colpa. In piena consapevolezza e in modo intelligente agiscono la loro violenza con
il preciso obiettivo di annientare la persona che gli è di fronte.
Narcisisti perché sono persone con un Io grandioso che cercano un legame con l'altro al solo
scopo di annientarlo, attaccandosi alla loro integrità. Si circondano di persone che in realtà non
sono viste come tali bensì come oggetti: l'altro non esiste in quanto individuo ma in quanto
specchio che gli offre l'illusione di esistere. Gli altri sono solo un riflesso di loro stessi. Proprio per
questo motivo le vittime hanno l'impressione di essere annullate nella loro individualità.
Questi uomini sono persone che probabilmente hanno sofferto molto durante l'infanzia e hanno
perciò cercato in tutti modi di allontanare questa sofferenza, arrivando al punto di non riuscire a
sentire più alcun sentimento. Infatti spesso cercano donne che, al contrario, sono piene di vitalità e
di voglia di fare, che magari più di loro riescono nel lavoro o semplicemente, nella vita sociale si
circondano di rapporti veri e sinceri. Proprio a questa vita gli uomini si attaccano, cercando in tutti
modi di annientarla. Il motore di tutto ciò è l'invidia. L'invidia della vitalità di queste donne, l'invidia
che porta a due atteggiamenti opposti: l'egocentrismo e la malevolenza, accompagnata dal
desiderio di danneggiare l'individuo.

Conseguenze della violenza psicologica
Le conseguenze della violenza psicologica possono essere molto gravi. Non bisogna correre il
rischio di sottovalutare la forza delle parole e dei silenzi.
La violenza, intesa come agito continuativo e protratto nel tempo, tende a ledere aree vitali della
personalità, aumenta la vulnerabilità e favorisce l'esordio di disturbi psichici, ostacolando la
guarigione se permane e favorendola se viene interrotta.
Il presupposto per dare aiuto è il riconoscimento della violenza.
Aiutare una donna che subisce violenza non significa sostituirsi a lei ma rispettare i suoi tempi di
decisione, dandole ascolto, sostegno, informazioni.
Parlando con queste donne è importante:
· Crederle e ascoltarla senza darle condizioni per offrirle aiuto (es. "ti aiuto solo se lo lasci");
· Non giustificare mai la violenza, anzi condannarla in ogni caso;
· Aiutarla a riconoscere la violenza, non sottovalutando o minimizzando la situazione;
· Non giudicare le scelte della donna che subisce;
· Darle ogni tipo di informazione per aiutarla (centri antiviolenza);

La violenza domestica, che solo in rarissimi casi è improvvisa, ha caratteristiche di ripetitività e
continuità, è quotidiana.
La donna inizia pian piano ad avere paura, a sentirsi insicura, a svalutarsi, fino a sentirsi pazza. Si
sente in colpa nei confronti del partner, ma anche per "essersela cercate". Si sente responsabile del
buon funzionamento della relazione e non essere disposte a farlo può significare per lei venir meno
a queste qualità e di suscitare la riprovazione degli altri.
In effetti, disprezzo e riprovazione sono le risposte che le donne trovano nel momento in cui
chiedono aiuto a qualcuno.
La donna ha la sensazione di star facendo qualcosa che non va e si vergogna attribuendosi la
responsabilità della violenza (se non fossi comportata così… me le sono meritate).

Perché la donna non riesce ad uscire dalla relazione violenta?

LA VIOLENZA, SIA PER CHI L'AGISCE CHE PER CHI LA SUBISCE, E' UN FENOMENO CHE TROVA
LE SUE RADICI NELL'INFANZIA ED ENTRA NEL MONDO INTERNO DELLA PERSONA COME
MODELLO INGIUSTO E DOLOROSO, MA ALLO STESSO TEMPO COME MODELLO AMMISSIBILE E
CONSUETO.
Questo è uno dei motivi per cui la donna non riesce ad uscire da questo tipo di relazioni.
Altri motivi possono essere ritrovati nel fatto che una relazione di violenza si attua per la stragrande
maggioranza dei casi all'interno delle famiglie, per cui si presuppone un rapporto affettivo. E'
proprio in virtù di questo che la donna vive una relazione ambigua, sul piano di abuso e sul piano
affettivo, che si sovrappongono e generano confusione.
Le caratteristiche di questa relazione sono proprio ambiguità e vergogna.
Inoltre la donna che subisce violenza ha subito umiliazioni che hanno pian piano distrutto
l'autostima, le capacità decisionali, si sente colpevole e crede di meritarsi il maltrattamento, spesso
c'è un gran senso di solitudine e c'è anche la paura che la violenza minacciata arrivi veramente (il
che è possibile: spesso la violenza aumenta o si traduce in violenza fisica proprio nel momento in
cui la donna cerca di andarsene).
Per finire, il ruolo sociale femminile funge da contenitore di eventi di violenza e vissuti depressivi.
Questo si articola in due momenti: (prima della violenza), la donna si pone nell'atteggiamento di
colei che cerca di soddisfare i bisogni altrui, attività di cura e la presenza disponibile ad ogni
richiesta; (dopo la violenza), la violenza stessa riduce le capacità di reazione attraverso il dubbio
sulle responsabilità personali. Tutti questi motivi bloccano le donne e le rendono incapaci di reagire.
E' importante sapere che essere sottoposti a ripetuti maltrattamenti psicologici può generare un
trauma provocando tutta una serie di disturbi:
1. Disturbo post traumatico da stress;
2. disturbi sul piano cognitivo: difficoltà di concentrazione, di memoria, fissazione su eventi
traumatici o impossibilità di elaborarli su un piano affettivo/cognitivo; confusione: le vittime si
sentono confuse, anestetizzate, si lamentano di avere la testa vuota. Le donne in questione
perdono pian piano la capacità di leggere in modo corretto il rapporto con il partner e in generale
perdono la percezione di sé come persona capace di leggere e fronteggiare le situazioni;
3. Reazioni sul pano emotivo: attacchi di panico, vergogna, collera, senso di colpa, ansia, fobie;
4. disturbi del sonno e dell'alimentazione;
5. disturbi psicosomatici : dolori cronici, cefalee, astenia, formicolii, palpitazioni, difficoltà
respiratorie, all'apparato gastro-intestinale o a quello genitale;
6. dipendenza da sostanze.
Molto spesso queste donne riportano una marcata riduzione di interesse per gli altri e /o per le
situazioni precedentemente piacevoli, sono distaccate e senza emozioni. Uno degli effetti più
frequenti è il ritiro emotivo, il congelamento dei sentimenti a scopo difensivo: spesso hanno un
atteggiamento distaccato, un viso inespressivo e una voce priva di riflessioni. Sembra che vivano
tutto in modo freddo e distaccato, sembra che non ci sia posto per sentimenti come la rabbia infatti
la rabbia è assente. C'è solo dolore e ritiro emotivo.
Ciò che la donna percepisce è strettamente associato all'altro, cioè al modo in cui l'altro l' ha
pensata quindi autosvalutazione, paura di parlare, di offendere.
Questa "perdita di sé" durante il maltrattamento, permette alle donne di sopravvivere, tutto avviene
lentamente e inconsapevolmente.
Le donne che parlano della violenza subita parlano attraverso i pensieri del partner, come se non ci
fosse uno spazio psichico tra lui e lei. Il maltrattante è sempre presente. L'aver interiorizzato il
maltrattante e il suo punto di vista impedisce alle donne di entrare in contatto con i propri
sentimenti, i propri desideri, e quindi di riconoscerli.

Come aiutare una donna vittima di violenza:
- La donna deve saper che la confusione che prova è determinata dal fatto che lui si contraddice
continuamente (prima insulta e poi dice di amare);
le violenza non ha niente a che vedere con l'amore;
- è importante non fare lo stesso gioco dell'aggressore ovvero utilizzare i suoi stessi metodi
aggressivi: far apparire la donna cattiva e nel torto è quello che lui cerca, perciò provoca;
- importante chiedere aiuto: otre che a familiari e amici (che possono giudicare, schierarsi o farsi
manovrare essi stessi dall'aggressore) importante chieder aiuto a persone specializzate che
possono offrire un sostegno senza giudicare;
- sapere che ci sono anche forum e blog che permettono di condividere (se si vuole in modo
anonimo) con altre donne, vissuti simili alla propria esperienza, per sentirsi meno sole e aiutarsi a
vicenda;
- è importante sapere che la violenza è ciclica;
- bisogna prima di tutto nominare e riconoscere il processo perverso, rinunciare all'ideale di
tolleranza femminile assoluta. Ci si difende bene solo quando si è usciti dal condizionamento e si
accetta che l'aggressore, per il quale si provano o si sono provati sentimenti, in realtà è una persona
da cui difendersi;
- smettere di giustificarsi con lui e soprattutto cercare di deresponsabilizzarsi, la colpa di tutto
questo non è della donna
Parlare di questo problema è sicuramente difficile e doloroso. Spesso le donne hanno il timore di
non essere capite o credute ma è necessario chiedere aiuto.
Le tappe fondamentali che verranno affrontate in una eventuale terapia, potrebbero permettere alla
donna di uscire dal ciclo di violenza e si focalizzeranno soprattutto sulla possibilità di aiutare la
donna a prendere decisioni autonome. E' necessario che la donna prenda decisioni da sola su
come muoversi e su quali strategie utilizzare e che si conceda di scegliere, riprendendo possesso
del proprio punto di vista e del piano di realtà. Il lavoro psicoterapeutico si concentrerà sulle risorse
personali della paziente.

Dott.ssa Marta Pittiglio
Dott.ssa Marta Pittiglio