Psicologia
Donna
LA VIOLENZA SESSUALE

Prima di parlare di violenza sessuale, è necessario rendere chiaro ed esplicito in quali situazioni è
corretto utilizzare questo termine. È violenza sessuale ogni qual volta si induce o si tenta di
indurre una persona a compiere un atto sessuale contro l'approvazione della persona stessa. Per
cui si ha violenza ogni qual volta si costringe l'altro attraverso il plagio psicologico, le minacce o
la violenza e quando si approfitta del ruolo di potere e della superiorità di ruolo sull'altro, come
può avvenire tra medico e paziente o tra datore di lavoro e dipendente. Perché si possa parlare di
violenza, inoltre, non è necessario che ci sia penetrazione, basta anche solo essere costretti a
guardare materiale pornografico o assistere a rapporti sessuali. Ciò che importa, quindi, è il
consenso e l'approvazione della persona. È per questo che valgono anche i casi in cui si
approfitta sessualmente di qualcuno che è sotto effetto di alcool, droghe o vive una situazione di
disabilità psicofisiche che non consentono di valutare e comprendere adeguatamente la
situazione.
Sono precisazioni importanti, perché spesso si ritiene che sia tutto vincolato ad un sì o un no,
detto o non detto, o ad una avvenuta o non avvenuta penetrazione. Anche a livello giuridico, in
realtà, le idee sono state confuse e poco definite fino a non molto tempo fa e questo risuona
anche nelle idee generali e personali che ognuno ha sulla violenza sessuale. Basti pensare che è
solo dal 1996 che nel nostro codice penale si parla di reato contro la persona. Prima di questa
data, infatti, la violenza sessuale era considerata un reato contro la morale pubblica. Questo vuol
dire che il bene violato era considerato appartenente allo stato e non alla persona. Ciò che si
ledeva era il buon costume e la morale dello stato. Solo nel 1996 si stabilisce che la vera offesa è
ai danni della persona e ciò che viene tutelato è il soggetto, la sua integrità fisica, psicologica,
morale. Sempre in questo anno si stabilisce, inoltre, che ad essere indicato col termine stupro è,
non solo la violenza sessuale, ma anche gli atti di libidine violenta. Si arriva così ogni giorno a
rilevare una media di 7 denunce al giorno. Sono dati in aumento, ma non è ancora chiaro se
questi numeri crescono perché sempre più donne fanno valere i loro diritti e denunciano i loro
aggressori o perché il fenomeno è in aumento. Sicuramente, comunque, al di là di quanto
comunemente si conosce e i media riportano, i casi di violenza sessuale sono numerosi e si
riscontrano soprattutto all'interno delle mura domestiche. Diviene allora ancora più difficile
denunciare, portare alla luce del sole un'esperienza tanto umiliante e svilente. Soprattutto perché
il timore maggiore è quello di non essere credute, di essere giudicate. Spesso, infatti, i sensi di
colpa e la vergogna sono molto più forti della volontà di denunciare. I meccanismi che si
innescano sono molteplici e dipendono molto anche dal carattere, dall'educazione della vittima.
Molte donne, raccontano che hanno vissuto questa esperienza riportano comuni esperienze: la
mente si distacca dal corpo, è come se si stesse per perdere il cervello, è come se si guardasse
una scena dall'alto, come se non stesse succedendo a lei. Si cerca di ragionare, di chiarire,
snebbiare la mente e la situazione. Perché tutto ciò? Questo avviene perché l'eccitazione provata,
innescata dalla situazione inaspettata e imprevista è così elevata che la mente non sa come
gestirla, ma deve difendersi, altrimenti impazzisce. L'unica strategia è quella di distaccarsi dalla
situazione. È anche questo il motivo per cui spesso non si dice nulla, non si grida … si perde ogni
potere sulla situazione. Ci si abbandona agli eventi perché si sente di non poterli fronteggiare. La
dignità della persona è schiacciata, non solo dalla forza ma anche e soprattutto dalla simbologia
delle loro azioni sono un altro modo con cui questi uomini esprimono e manifestano il loro
predominio sulla donna … e si tace … si tace perché annientate psicologicamente, perché si
crede di poterne così uscire prima, perchè si spera quasi di colpire con quel silenzio e muovere a
compassione e pietà. Sono annientate, come anestetizzate, si cade in uno stato di torpore e
annientamento delle facoltà mentali. Si possono anche inviare messaggi sul proprio stato fisico,
ma non su quello psichico, che si è distaccato completamente. Quel silenzio, la mancata
opposizione verbale o fisica che spesso incombe in quei momenti è la radice prima del senso di
colpa che seguirà l'esperienza vissuta. Nei giorni, successivi, infatti, i ricordi di quanto avvenuto
invadono la mente della vittima, quella mente che si era messa da parte, si era distaccata dal
contesto. Tornano attraverso i sogni, gli odori, le percezoni, ma anche attraverso dei flascback
che irrompono nella vita della persona. La vittima cerca di fermarli ma è impossibile. Si può solo
cercare di evitare situazioni, discorsi, oggetti, luoghi, sapori e odori che possano ricordare
l'esperienza subita. Non di rado si è pervasi da un'eccitazione che non si sa gestire, che
interrompe il sonno, che suscita ire fuori luogo e porta la persona ad isolarsi dal resto del mondo,
che non sa, che si teme possa giudicare, di cui ci si vergogna. Si pensa e si ripensa, a cosa si
sarebbe potuto fare e non si è fatto, a cosa si sarebbe potuto dire e non si è detto. Agire, infatti, è
l'unico modo per far valere la propria dignità. È l'unico modo che ogni persona ha per comunicare
al mondo che esiste, che c'è, che ha un suo pensiero. È l'unico modo per affermare la propria
facoltà di scelta. Ma come abbiamo visto questo non avviene. Ci si sente allora colpevoli, si crede,
in qualche modo, di essere stati o di essere passati per consenzienti. Ma perché provare senso di
colpa, se si è vittime? Alcuni studiosi hanno rilevato come il senso di colpa sia una caratteristica
risposta del soggetto che ha subito un trauma. Sembra infatti che alla base vi siano delle
domande che ricorrono e sono comuni in queste persone per cui invadono anche la mente della
donna vittima di violenza sessuale. Per prima cosa ci si domanda " perché proprio me?".
Razionalmente si risponde che è una questione di casualità. Ma per una vittima questa risposta
non è soddisfacente, non riesce a calmare e placare il suo dolore. È necessario trovare una causa
contro cui scagliare il proprio dolore ed il caso è qualcosa di astratto, non ci si può arrabbiare
contro il fato e il destino. Allora si condanna se stessi. Ci rende colpevoli. Per aver messo quella
gonna troppo corta, per essere stata disinvolta e socievole, o magari perché non si è detto
nemmeno una parola, nemmeno un monosillabo così semplice come un "no!". Da vittime si passa
a sentirsi colpevoli, e allora aumenta il timore di denunciare, di chiedere aiuto, perché si teme che
quel giudizio contro se stessi sia anche il giudizio degli altri. Questo avviene anche e soprattutto
nei casi in cui la violenza è attuata tra le mura domestiche, quando di solito alla violenza sessuale
precede la violenza psicologica e la donna è inserita in un circolo di plagio che le fa perdere ogni
punto di riferimento. In queste donne si verifica una vera e propria identificazione con
l'aggressore. In cosa consiste? Si perde il proprio punto di vista per acquisire totalmente quello
dell'altro. Si perdono i propri confini per immergersi in quelli dell'altro. Si vive per l'altro, in
funzione dell'altro e si assume quello che è il suo punto di vista, la sua idea di donna e soprattutto
di moglie. Per cui, si accettano atti sessuali perché si ritiene di adempiere il proprio dovere
coniugale, perché ogni moglie deve soddisfare i bisogni del marito. A volte, si utilizza il sesso per
placare i loro cattivi umori o perché solo così possono interrompere le loro insistenti richieste. Il
senso di colpa nasce, perché si ritiene di aver fatto qualcosa che non rientra nel ruolo di moglie,
per aver fatto qualcosa per cui si è punite. Sono loro a non essere delle mogli perfette. Se
denunciassero, tutti verrebbero a conoscenza della loro inettitudine, dei loro panni sporchi. È
chiaro quindi come al senso di colpa sia strettamente collegato il sentimento di vergogna.
È la vergogna, infatti, l'altro grande sentimento che segue la violenza sessuale.
La vergogna in generale è un sentimento complesso che nasce e si struttura attraverso la
relazione con gli altri. Per provare vergogna è necessario conoscere se stessi, riconoscere i
propri confini, intendersi come individui a sé, separati e diversi dall'altro. Il presupposto è proprio
questa differenzazione tra sé e l'altro. La vergogna, infatti, nasce a due anni, quando il bambino
riconosce che l'altro è diverso da sé. La prima manifestazione della vergogna si esprime
attraverso il corpo, esso è il primo canale comunicativo. Non è un caso, dal momento che è il
corpo a segnare i confini che ci separano dall'altro. Si prova vergogna, quindi, quando quei
confini che ci costruiamo,tra cui quelli segnati dal corpo, sono invasi, non sono rispettati. Ci si
sente come se si fosse stati spogliati, come se si venisse visti dagli altri per quello che si è
veramente. Gli altri infatti, non servono solo a definire un confine, ma anche a rimandare un
immagine di noi. È dall'altro che noi acquisiamo consapevolezza di noi. Perché compaia è
necessario che ci sia, non solo consapevolezza di sé ma anche del mondo come diverso da sé.
Ciò significa che si deve avere consapevolezza della consapevolezza dell'altro. Tale
consapevolezza si acquisisce mediante interazione con l'altro, in primis dai genitori,da cui si
apprende cosa si può fare e cosa no. Da qui il senso di colpa ogni volta che si fa qualcosa che
collima con ciò che è stato interiorizzato e che va a formare il presupposto della vergogna. Si
prova vergogna quando non si rispettano le norme e le regole che sono state interiorizzate, tale
consapevolezza genere dolore e si ha come la sensazione di aver perso la faccia … davanti agli
altri. Si pregiudica la propria immagine, quella che si crede gli altri abbiano di noi, ci si sente come
spogliati, e si teme di deludere le aspettative degli altri. È il sentimento di fallimento della propria
dignità. La vergogna, dipendendo fortemente dall'altro, compare come campanello di allarme
quando l'altro supera e travalica la distanza intersoggettiva invadendo il proprio spazio intimo,
più vulnerabile e delicato. Ha la funzione quindi di difendere il sé, regolando e proteggendo lo
spazio privato. Il corpo, violato nella violenza sessuale, non è solo oggetto e contenitore del
nostro essere, ma è il suo rappresentante. Quando ci si fa male da qualche parte del corpo non si
ha solo un'aggressione alla parte lesa, il dolore non è limitato al piede o alla gamba, ma è tutta la
persona, nella sua interezza che ne risente. Così la violenza sessuale, non è solo una violazione
del corpo, ma anche e soprattutto una violazione della persona, del suo essere.





Dott.ssa Mariarosaria Mancuso
Dott.ssa Mariarosaria Mancuso